Gli amici dell'orma - Centro educazione comportamentalista cinofila - Arma di taggia - di Alessandra Cerri

 

::. Argo, simbolo di fedeltà .::

  ::. Affresco raffigurante il cane Argo .::
I poemi omerici, come è noto, contengono in nuce molti archetipi e motivi della letteratura posteriore. Uno dei più celebri e commoventi passi dell’Odissea è quello che descrive l’ultimo, silenzioso incontro tra Ulisse ed Argo, il cane fedele che, trascorsi vent’anni, è ridotto ad un’ombra di sé stesso. Dopo che l’eroe, vestito con gli abiti laceri di un mendicante, approda ad Itaca, nessuno lo riconosce: né il leale porcaro Eumeo né il figlio Telemaco, ma solo Argo.

Il cane quindi, grazie alla sensibilità ed all’ispirazione del divino poeta, diventa emblema di fedeltà, di affetto sincero: tale significato è destinato a perpetuarsi nelle espressioni artistiche successive. Nel Medioevo, ad esempio, un cane scolpito accanto alla tomba simboleggiava la fedeltà, anche oltre i limiti della vita terrena. Chi non ricorda il monumento sepolcrale di Ilaria del Carretto, opera di Jacopo della Quercia, custodita nel Duomo di Lucca e compiuta tra il 1406 ed il 1407? Ai piedi della statua che raffigura la donna, morta in giovane età e sposa di Paolo Guinigi, è accucciato un cane, imperitura testimonianza di dedizione e di amore.

Sull’episodio dell’Odissea, mi piace riportare le parole del critico Athos Sivieri, affinché si mediti su quanto, in certi casi, gli uomini abbiano da apprendere dai loro amici animali.

“L’episodio più famoso del libro XVII dell’Odissea è la morte di Argo, il vecchio cane di Ulisse. L’animale, sfinito, cieco, malandato, giace su un mucchio di letame tormentato dalle zecche e trova tuttavia nella voce del mendico la voce del padrone e rizza felice gli orecchi. Muove la coda gioiosamente e muore. Poche decine di versi, ma di condensata ed universale poesia. Tanta è l’umanità trasferita nel povero animale, che essa strappa al mendico una lacrima nascosta che ha il potere di farlo essere, per un attimo, Ulisse. L’eroe è davanti al proprio misero e tristissimo cane che ha conservata intatta, in venti anni, quella scintilla d’amore, che egli gli ha infuso, da cucciolo, senza poterne godere allora.”

 

© Antonio Marcianò



                                                                                                

 

   

 

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