
I poemi omerici, come è noto,
contengono in nuce molti archetipi e motivi della letteratura posteriore. Uno dei più
celebri e commoventi passi dellOdissea è quello che descrive lultimo,
silenzioso incontro tra Ulisse ed Argo, il cane fedele che, trascorsi ventanni, è
ridotto ad unombra di sé stesso. Dopo che leroe, vestito con gli abiti laceri
di un mendicante, approda ad Itaca, nessuno lo riconosce: né il leale porcaro Eumeo né
il figlio Telemaco, ma solo Argo.
Il cane quindi, grazie alla sensibilità ed allispirazione del divino poeta, diventa
emblema di fedeltà, di affetto sincero: tale significato è destinato a perpetuarsi nelle
espressioni artistiche successive. Nel Medioevo, ad esempio, un cane scolpito accanto alla
tomba simboleggiava la fedeltà, anche oltre i limiti della vita terrena. Chi non ricorda
il monumento sepolcrale di Ilaria del Carretto, opera di Jacopo della Quercia, custodita
nel Duomo di Lucca e compiuta tra il 1406 ed il 1407? Ai piedi della statua che raffigura
la donna, morta in giovane età e sposa di Paolo Guinigi, è accucciato un cane,
imperitura testimonianza di dedizione e di amore.
Sullepisodio dellOdissea, mi piace riportare le parole del critico Athos
Sivieri, affinché si mediti su quanto, in certi casi, gli uomini abbiano da apprendere
dai loro amici animali.
Lepisodio più famoso del libro XVII dellOdissea è la morte di Argo, il
vecchio cane di Ulisse. Lanimale, sfinito, cieco, malandato, giace su un mucchio di
letame tormentato dalle zecche e trova tuttavia nella voce del mendico la voce del padrone
e rizza felice gli orecchi. Muove la coda gioiosamente e muore. Poche decine di versi, ma
di condensata ed universale poesia. Tanta è lumanità trasferita nel povero
animale, che essa strappa al mendico una lacrima nascosta che ha il potere di farlo
essere, per un attimo, Ulisse. Leroe è davanti al proprio misero e tristissimo cane
che ha conservata intatta, in venti anni, quella scintilla damore, che egli gli ha
infuso, da cucciolo, senza poterne godere allora.
© Antonio Marcianò
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