Sono celeberrimi i versi che, nel canto I della Commedia, descrivono il veltro, ossia il
cane destinato, secondo Dante, ad uccidere la lupa. Il veltro è una sorta di cane da
caccia molto veloce, cui il poeta accenna in Convivio I, XII, 8 ("ogni bontade
propria in alcuna cosa è amabile in quella: sì come... nel bracco bene odorare e sì
come nel veltro ben correre"), nel sonetto Sonar bracchetti (v. 3: "e di
guinzagli uscir veltri correnti"), nella canzone Tre donne intorno al cor (v. 102:
"canzone, caccia con li neri veltri") e in Inf. XIII, 125-6 ("di nere
cagne, bramose e correnti / come veltri chuscisser di catena").
Il veltro è anche la personificazione di un eroe destinato a liberare lumanità e,
in particolare, lItalia, dalla cupidigia (simboleggiata dalla lupa di Inf. I, 49),
del quale Virgilio profetizza lavvento in Inf. I, 100-11. Tradizionalmente
identificato con il sibillino "cinquecento diece e cinque / messo di Dio", erede
dellaquila imperiale, che è oggetto della profezia pronunciata da Beatrice in Purg.
XXXIII 31-51, il veltro [a cui sembra possibile riferire anche linvocazione
"quando verrà per cui questa (la lupa, cioè la cupidigia) disceda?", Purg. XX
15] può essere accostato, in virtù della missione che è chiamato a compiere, alla
figura dellimperatore universale, così come è prospettata da Dante nel Convivio e
nel De monarchia. Alcuni elementi sacrali connessi alla sua figura (per esempio il fatto
che si cibi di sapienza, amore e virtù, attributi consueti della Trinità) hanno indotto
una parte della critica a leggere nel veltro dantesco il simbolo di un riformatore
religioso della Chiesa. Secondo questa interpretazione, alla profezia del veltro sarebbero
rapportabili, più o meno direttamente, tutti i passi della Commedia che contengono
vaticini e auspici di una futura riforma ecclesiastica (si vedano Par. IX, 139-42; XXII,
88-96; XXVII, 61-63). Lidentità del veltro, lasciata volutamente oscura da Dante,
ha sollecitato la fantasia e lacribia esegetica dei commentatori di ogni tempo.
È necessario riportare le terzine dal valore allegorico-profetico, per poi ripercorrere
brevemente le principali ipotesi interpretative. 
Molti son li animali a cui sammoglia
E più saranno ancora, infin che l veltro
Verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà né terra né peltro,
Ma sapienza, amore e virtute
E sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
Per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
Fin che lavrà rimessa ne lo nferno,
Là onde invidia prima dipartilla.
1) Alcuni esegeti, intendendo feltro e feltro in
senso geografico, cioè tra Feltre nel Veneto e Montefeltro in Romagna, riconoscono nel
veltro un personaggio nato in quella regione, quali Cangrande della Scala (Aroux),
Uguccione della Faggiola (Troya), Guido da Montefeltro, Benedetto XII.
2) A. Regis, individuando nel feltro il panno con cui si foderavano le
urne, vede nel veltro un magistrato eletto.
3) Il Cian, insieme con molti critici contemporanei, pensa che
nellanimale sia simboleggiata la speranza di una prossima restaurazione
dellautorità civile, come principio di una palingenesi etica dellumanità,
per opera di un imperatore o di un riformatore.
4) Il Nardi identifica nel levriere che, annullando la famigerata
donazione di Costantino, riconduce la Chiesa alla povertà ed alla semplicità evangelica,
dovrebbe essere un imperatore.
5) Il Pagliaro opina che nel veltro si possa leggere lauspicio di
un movimento religioso popolare che, combattendo legoismo e la cupidigia, riconduca
la Chiesa al suo ruolo spirituale e la società allordine ed alla giustizia.
6) Il Porena ed il Sapegno formulano lipotesi di un papa
spirituale che rinnovi e purifichi la Chiesa.
7) Il Vallone sostiene che si tratta di una vera profezia ante eventum
sicché è opportuno lasciarla sospesa, senza alcun riferimento preciso, poiché Dante
scorgeva nel veltro lavvento di un uomo nuovo rinnovatore dellItalia e del
mondo.
8) Il Tondelli interpreta la predizione non come assoluta creazione di
Dante, bensì alla luce delle correnti spiritualiste coeve al poeta, delle speranze
escatologiche del tempo. Il veltro nascerebbe tra i monaci poveri, in rapporto ad una
tavola che raffigura Gioacchino da Fiore, in cui è rappresentato un cane tra due ordini
religiosi che tengono in gran pregio la povertà, nellattesa della terza era
preannunziata dallabate calabrese, letà dello Spirito.
9) LOlschki ed il Getto, riconoscendo nel feltro il berrettino di
Castore e Polluce, rappresentati in cielo dalla costellazione dei Gemelli, reputano che il
veltro sia Dante stesso, nato sotto il segno dei Gemelli.
10) Croce Bermondi ed altri opinano che il levriere sia da identificare
nel poema stesso.
Prima di proporre unaltra possibile lettura del veltro dantesco, volevo soffermarmi
sul vocabolo cane che è parola di origine indoeuropea (*** kvon)
con ampie attestazioni nei vari idiomi, dal greco antico kuòn, al latino
canis, al tedesco Hund
E stato altresì
notato che il termine cinese kien deriva quasi certamente dalla lingua
dei Tocari, una popolazione indogermanica, stanziatasi nel Taklamakan nelletà del
bronzo e che ebbe dei contatti con gli antenati dei Cinesi. La domesticazione del cane,
che discende dal lupo e dallo sciacallo, cominciò verso la fine del Mesolitico (X
millennio a. C.): lanimale era noto alle genti ariane sin da epoca protostorica,
mentre non era conosciuto dai Cinesi. Ciò spiega il prestito indoeuropeo nella loro
lingua.
Nel XIII secolo i Mongoli, tribù nomadi asiatiche insediate nelle steppe della Manciuria
e della Mongolia, crearono un impero che si estese dal Mar Baltico allOceano
Pacifico con sovrani celeberrimi come Gengis Khan e suo nipote Qubilai
Khan. Il termine khan si riferisce al titolo ereditario dei
principi mongoli che governavano gruppi di famiglie patriarcali nellAsia centrale,
pertanto si può rendere, con una buona approssimazione, con re. Sebbene non
credo sussista un vero e proprio legame linguistico tra kvon (cane) e khan
(re), un rapporto si può evidenziare in una tradizione medievale studiata, in particolar
modo, da E. Aroux che vede nel veltro Cangrande della Scala. Daltronde
lAlighieri elogia linsigne esponente degli Scaligeri in Par. XVII, 70-93.
Aroux spiega che il nome Can "si prestava ad una duplice allusione, nel senso di cane
da caccia, veltro, nemico della lupa romana, e nel senso di Khan dei Tartari" Si
trattava insomma di quel Khan che, nato allestremo opposto dellEurasia,
era storicamente riuscito ad unirla quasi tutta in un unico gigantesco dominio, facendosi
contemporaneamente riconoscere quale somma autorità spirituale dai vertici taoisti,
buddhisti, islamici ed anche cristiani-nestoriani. Scrive altrove Aroux:
Questi Tartari, secondo Yvon di Narbona, consideravano i loro monarchi come degli
dèi, principes suorum tribuum deos vocantes (...) A suo parere, questi stessi Tartari, ai
quali all'epoca ci si interessava tanto, "avevano scelto come capo uno dei loro, che
fu innalzato su uno scudo ricoperto con un pezzo di panno: su un povero feltro fu levato e
chiamato Khan (...) fu chiamato Cane, che in lor linguaggio significa imperadore.(...) Non
bisogna dunque stupirsi troppo dei nomi bizzarri di Mastino e Cane, dati a quei Della
Scala che dominavano sulla Lombardia e che i ghibellini riconoscevano come loro capi.
Quello di Veltro è un sinonimo (...).
Riprendendo l'interpretazione di Aroux, Guénon aggiunge che, "in diverse lingue, la
radice can o khan significa 'potenza', il che si collega ancora allo stesso ordine di
idee"; inoltre Guénon fa notare che al titolo turco-tartaro di Khan equivale quello
latino di dux, applicato al veltro dallo stesso Dante.
Un cinquecento diece e cinque,
Messo di Dio, anciderà la fuia
Con quel gigante che con lei delinque.
Trasformato in Cane e quindi in veltro, il titolo di khan fu dunque trasferito tanto sulla
figura archetipica del monarca universale quanto su alcuni personaggi storici di parte
ghibellina.
© Antonio Marcianò
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