Gli amici dell'orma - Centro educazione comportamentalista cinofila - Arma di taggia - di Alessandra Cerri

 

::. Dante ed il veltro celeste (Prima parte) .::

 
Sono celeberrimi i versi che, nel canto I della Commedia, descrivono il veltro, ossia il cane destinato, secondo Dante, ad uccidere la lupa. Il veltro è una sorta di cane da caccia molto veloce, cui il poeta accenna in Convivio I, XII, 8 ("ogni bontade propria in alcuna cosa è amabile in quella: sì come... nel bracco bene odorare e sì come nel veltro ben correre"), nel sonetto Sonar bracchetti (v. 3: "e di guinzagli uscir veltri correnti"), nella canzone Tre donne intorno al cor (v. 102: "canzone, caccia con li neri veltri") e in Inf. XIII, 125-6 ("di nere cagne, bramose e correnti / come veltri ch’uscisser di catena").

Il veltro è anche la personificazione di un eroe destinato a liberare l’umanità e, in particolare, l’Italia, dalla cupidigia (simboleggiata dalla lupa di Inf. I, 49), del quale Virgilio profetizza l’avvento in Inf. I, 100-11. Tradizionalmente identificato con il sibillino "cinquecento diece e cinque / messo di Dio", erede dell’aquila imperiale, che è oggetto della profezia pronunciata da Beatrice in Purg. XXXIII 31-51, il veltro [a cui sembra possibile riferire anche l’invocazione "quando verrà per cui questa (la lupa, cioè la cupidigia) disceda?", Purg. XX 15] può essere accostato, in virtù della missione che è chiamato a compiere, alla figura dell’imperatore universale, così come è prospettata da Dante nel Convivio e nel De monarchia. Alcuni elementi sacrali connessi alla sua figura (per esempio il fatto che si cibi di sapienza, amore e virtù, attributi consueti della Trinità) hanno indotto una parte della critica a leggere nel veltro dantesco il simbolo di un riformatore religioso della Chiesa. Secondo questa interpretazione, alla profezia del veltro sarebbero rapportabili, più o meno direttamente, tutti i passi della Commedia che contengono vaticini e auspici di una futura riforma ecclesiastica (si vedano Par. IX, 139-42; XXII, 88-96; XXVII, 61-63). L’identità del veltro, lasciata volutamente oscura da Dante, ha sollecitato la fantasia e l’acribia esegetica dei commentatori di ogni tempo.

È necessario riportare le terzine dal valore allegorico-profetico, per poi ripercorrere brevemente le principali ipotesi interpretative. ::. La lupa di Doré .::

Molti son li animali a cui s’ammoglia
E più saranno ancora, infin che ‘l veltro
Verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà né terra né peltro,
Ma sapienza, amore e virtute
E sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
Per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
Fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
Là onde ‘invidia prima dipartilla.


1)    Alcuni esegeti, intendendo “feltro” e “feltro” in senso geografico, cioè tra Feltre nel Veneto e Montefeltro in Romagna, riconoscono nel veltro un personaggio nato in quella regione, quali Cangrande della Scala (Aroux), Uguccione della Faggiola (Troya), Guido da Montefeltro, Benedetto XII.


2)    A. Regis, individuando nel feltro il panno con cui si foderavano le urne, vede nel veltro un magistrato eletto.


3)    Il Cian, insieme con molti critici contemporanei, pensa che nell’animale sia simboleggiata la speranza di una prossima restaurazione dell’autorità civile, come principio di una palingenesi etica dell’umanità, per opera di un imperatore o di un riformatore.


4)    Il Nardi identifica nel levriere che, annullando la famigerata donazione di Costantino, riconduce la Chiesa alla povertà ed alla semplicità evangelica, dovrebbe essere un imperatore.

5)    Il Pagliaro opina che nel veltro si possa leggere l’auspicio di un movimento religioso popolare che, combattendo l’egoismo e la cupidigia, riconduca la Chiesa al suo ruolo spirituale e la società all’ordine ed alla giustizia.


6)    Il Porena ed il Sapegno formulano l’ipotesi di un papa spirituale che rinnovi e purifichi la Chiesa.
7)    Il Vallone sostiene che si tratta di una vera profezia ante eventum sicché è opportuno lasciarla sospesa, senza alcun riferimento preciso, poiché Dante scorgeva nel veltro l’avvento di un uomo nuovo rinnovatore dell’Italia e del mondo.


8)    Il Tondelli interpreta la predizione non come assoluta creazione di Dante, bensì alla luce delle correnti spiritualiste coeve al poeta, delle speranze escatologiche del tempo. Il veltro nascerebbe tra i monaci poveri, in rapporto ad una tavola che raffigura Gioacchino da Fiore, in cui è rappresentato un cane tra due ordini religiosi che tengono in gran pregio la povertà, nell’attesa della terza era preannunziata dall’abate calabrese, l’età dello Spirito.


9)    L’Olschki ed il Getto, riconoscendo nel feltro il berrettino di Castore e Polluce, rappresentati in cielo dalla costellazione dei Gemelli, reputano che il veltro sia Dante stesso, nato sotto il segno dei Gemelli.


10)    Croce Bermondi ed altri opinano che il levriere sia da identificare nel poema stesso.

Prima di proporre un’altra possibile lettura del veltro dantesco, volevo soffermarmi sul vocabolo “cane” che è parola di origine indoeuropea (*** kvon) con ampie attestazioni nei vari idiomi, dal greco antico kuòn, al latino canis, al tedesco Hund… E’ stato altresì notato che il termine cinese kien deriva quasi certamente dalla lingua dei Tocari, una popolazione indogermanica, stanziatasi nel Taklamakan nell’età del bronzo e che ebbe dei contatti con gli antenati dei Cinesi. La domesticazione del cane, che discende dal lupo e dallo sciacallo, cominciò verso la fine del Mesolitico (X millennio a. C.): l’animale era noto alle genti ariane sin da epoca protostorica, mentre non era conosciuto dai Cinesi. Ciò spiega il prestito indoeuropeo nella loro lingua.

 


Nel XIII secolo i Mongoli, tribù nomadi asiatiche insediate nelle steppe della Manciuria e della Mongolia, crearono un impero che si estese dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico con sovrani celeberrimi come Gengis Khan e suo nipote Qubilai Khan. Il termine khan si riferisce al titolo ereditario dei principi mongoli che governavano gruppi di famiglie patriarcali nell’Asia centrale, pertanto si può rendere, con una buona approssimazione, con “re”. Sebbene non credo sussista un vero e proprio legame linguistico tra kvon (cane) e khan (re), un rapporto si può evidenziare in una tradizione medievale studiata, in particolar modo, da E. Aroux che vede nel veltro Cangrande della Scala. D’altronde l’Alighieri elogia l’insigne esponente degli Scaligeri in Par. XVII, 70-93. Aroux spiega che il nome Can "si prestava ad una duplice allusione, nel senso di cane da caccia, veltro, nemico della lupa romana, e nel senso di Khan dei Tartari" Si trattava insomma di “quel Khan che, nato all’estremo opposto dell’Eurasia, era storicamente riuscito ad unirla quasi tutta in un unico gigantesco dominio, facendosi contemporaneamente riconoscere quale somma autorità spirituale dai vertici taoisti, buddhisti, islamici ed anche cristiani-nestoriani”. Scrive altrove Aroux: “Questi Tartari, secondo Yvon di Narbona, consideravano i loro monarchi come degli dèi, principes suorum tribuum deos vocantes (...) A suo parere, questi stessi Tartari, ai quali all'epoca ci si interessava tanto, "avevano scelto come capo uno dei loro, che fu innalzato su uno scudo ricoperto con un pezzo di panno: su un povero feltro fu levato e chiamato Khan (...) fu chiamato Cane, che in lor linguaggio significa imperadore.(...) Non bisogna dunque stupirsi troppo dei nomi bizzarri di Mastino e Cane, dati a quei Della Scala che dominavano sulla Lombardia e che i ghibellini riconoscevano come loro capi. Quello di Veltro è un sinonimo (...)”.

Riprendendo l'interpretazione di Aroux, Guénon aggiunge che, "in diverse lingue, la radice can o khan significa 'potenza', il che si collega ancora allo stesso ordine di idee"; inoltre Guénon fa notare che al titolo turco-tartaro di Khan equivale quello latino di dux, applicato al veltro dallo stesso Dante.

Un cinquecento diece e cinque,
Messo di Dio, anciderà la fuia
Con quel gigante che con lei delinque.

Trasformato in Cane e quindi in veltro, il titolo di khan fu dunque trasferito tanto sulla figura archetipica del monarca universale quanto su alcuni personaggi storici di parte ghibellina.

 

© Antonio Marcianò



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