Dante Aligheri attaccò coraggiosamente le proditorie macchinazioni politiche del papato
nel XIII secolo. Sette secoli più tardi la situazione non è differente. (Michael
Carmicheal)
Il presente studio è la naturale continuazione di Dante ed il veltro celeste, un articolo
in cui ho congetturato e, in una certa misura dimostrato, che, nel I canto
dellInferno, sia possibile scorgere una filigrana astronomica e simbolica. Questo
studio, però, non è incentrato, a differenza del precedente, sullarcheoastronomia,
ma spazia anche verso altri ambiti.
Contro la lupa il sommo poeta prorompe in uninvettiva nel canto XX del Purgatorio
con i seguenti versi:
Maledetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte le altre bestie hai preda
per la tua fame senza fine cupa!
O ciel, nel cui girar par ne si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
Dante maledice la lupa poiché, tra le fiere, è la più famelica, quindi si chiede quando
verrà il veltro per opera del quale la lupa abbandonerà il mondo. Giuseppe Giacalone,
osserva: Se la Commedia è il libro che denuncia i mali dellumanità, è
anche, dallaltra parte, un messaggio di speranza e di fede nella redenzione
dellumanità, attraverso lintervento divino, tante volte indicato da Dante in
unoscura, ma fiduciosa escatologia, in un rinnovamento totale del mondo. Questo
spiega lantitesi logica e figurale dei due simboli, Lupa-Veltro, la cui dialettica
condiziona il dramma stesso di D. poeta. Le notazioni del critico, come quelle di
molti altri esegeti, colgono lantitesi Lupa-Veltro, sotto il profilo allegorico e
morale, ma sembrano non sottolineare il valore politico e, soprattutto, ignorano il cenno
astronomico.
È necessario riprendere linterpretazione delle terzine sopra riportate alla luce
della loro tessitura astronomica. Lautore, dopo aver esecrato la vorace lupa, volge
lo sguardo al cielo e si domanda quando sarà visibile nel firmamento la costellazione che
preannuncerà la palingenesi del genere umano. È evidente che il ciel è la
sfera stellata che ruota, secondo la cosmologia aristotelico-tolemaica, attorno alla terra
(nel cui girar): la rotazione è destinata a rendere visibile un gruppo di astri dal
significato propizio.
Stando alla cronologia, il poeta insieme con Virgilio, procede lungo la cornice in cui
sono puniti gli avari ed i prodighi nelle prime ore antimeridiane del 12 aprile del 1300.
Lestate è ancora lontana, ma il moto incessante delle sfere, rende sempre più
vicino il momento in cui brillerà Sirio, la stella più luminosa del Cane maggiore: il
cambiamento stagionale dalla primavera allestate allude per caso, in un certo qual
modo in ossequio alle profezie di Gioacchino da Fiore, al transito dallera del
Figlio, nato forse in primavera, alletà dello Spirito, nel cuore della radiosa
estate?
Nel canto XX, Dante tra gli avari incontra Ugo Capeto, figlio di Ugo il Grande (morto nel
956), duca di Francia, di Borgogna e dAquitania, conte di Parigi e dOrlèans,
fondatore della dinastia capetingia. Ugo il Grande tenne il Regno di Francia, de iure
ancora dei re Carolingi, Ludovico IV (936-954) e Lotario (954-986). Egli lasciò un
figlio, Ugo Capeto (987-996), che, dopo il brevissimo regno di Ludovico V il Neghittoso
(986-987), salì sul trono di Francia.
Dalle parole che lautore mette in bocca al compunto Ugo Capeto, si arguisce che il
poeta considerava la dinastia dei Capetingi la radice di molti mali (Io fui la radice
della mala pianta/ che la terra cristiana tutta aduggia). (
) Il culmine della
cupidigia e della slealtà fu toccato con Filippo il Bello. Così si esprime il poeta:
Veggio il novo Pilato sì crudele
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
porta nel Tempio le cupide vele.
Linvettiva di Ugo Capeto contro Filippo il Bello ed il Regno di Francia fa da
pendant alla condanna dantesca dellavidità francese e clericale incarnata dalla
lupa: il perverso sodalizio Francia-Roma, suggellato dalla decisione di papa Clemente V,
al secolo Bertrand de Got (1260- 1314) di istituire un processo contro i Templari e che
nel 1312 sospese lordine, è evocato, insieme con un oscuro riferimento al
messo di Dio nel canto XXXIII del Purgatorio, là dove si legge:
un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
Nella terzina il gigante è il re di Francia che tresca con la Chiesa, (la fuia,
letteralmente ladra): entrambi saranno vinti dal messo di Dio. Quasi tutti i
commentatori notano che, anagrammando le lettere romane D X V, con cui si indicano i
numeri 500, 10 e 5, si ottiene la parola dux, condottiero, guida. Il messo di Dio echeggia
il veltro, mentre la selva oscura si connette per antitesi-somiglianza alla
divina foresta: le corrispondenze non possono essere casuali. Nel medesimo
canto è pure ripreso il tema stellare collegato, come nel I canto dellinferno, al
motivo del veltro. Infatti Beatrice predice:
io veggio certamente e però il narro
a darne tempo stelle propinque,
secure dognintoppo e dogne sbarro
Le stelle non sono, a mio parere, generici influssi celesti ma gli astri di
una costellazione o una congiunzione che preannuncia lavvento del liberatore: il
verbo vedere non lascia alcun dubbio. Le stelle poi sono
propinque, cioè vicine. Lo scenario simbolico-astronomico non è molto
diverso da quello delineato nella parte iniziale del poema e dal nucleo del canto XX,
sopra esaminato.
Laspetto spaziale di questi passaggi di ardua interpretazione sintreccia alla
dimensione cronologica, non meno intricata: infatti una ricercatrice legge nel
cinquecento diece e cinque non lallusione ad un condottiero, ma una
data, il 515 a.C., anno in cui fu completata la ricostruzione del secondo tempio di
Gerusalemme, dopo che agli Ebrei fu consentito da Ciro il Grande di tornare un Palestina.
Non so quanto sia plausibile tale interpretazione, ma non si può escludere che Dante
avesse in mente pure una cronologia legata al 515 a.C. Infatti, se sommiamo a tale cifra
1300, il numero corrispondente allanno in cui il poeta intraprese il suo viaggio
oltremondano, otteniamo 1815, che è allincirca la metà del ciclo cosmico di
origine sumera, pari a 3.600 anni. Vinassa de Regny opina che il verso iniziale della
Commedia, nel mezzo del cammin di nostra vita, indichi non i 35 anni del
poeta, ma che egli principiò la sua esperienza di redenzione nellanno che è a
metà tra la creazione del mondo, il 3760 a.C., ed il giudizio finale. Alcuni studiosi
hanno scoperto che il poema sacro include al suo interno il riferimento al
moto precessionale; Giuseppe Badalucco ne ha evidenziato la configurazione
iconico-narrativo nella struttura conica della voragine infernale cui corrisponde il monte
del Purgatorio
Il moto più lento a cui il passaggio si riferisce è quello delle
stelle fisse, moto che si osserva proprio per effetto della precessione degli equinozi;
gli astrologi del tempo di Dante, però, valutavano questo moto di 1 grado ogni 100 anni,
ritenendo quindi che 36.000 fossero gli anni necessari per il compimento dellintera
rivoluzione (di 360 gradi); il periodo attribuito a questo ciclo è significativamente
diverso da quello precessionale di circa 26000 anni. Il numero 36.000 ci riporta al
sottomultiplo 3600, nascosto nel cinquecento diece e cinque.
Alla luce di questa ipotesi esegetica, il Tempio citato in Purg. XX, 93, potrebbe
riferirsi anche alledificio sacro di Gerusalemme, nellambito di una
stratificazione in cui un significato ne nasconde un altro. Il Tempio potrebbe essere il
fulcro spaziale associato ad un perno temporale, lanno 515, a loro volta da
collegare ad un evento astronomico. La notevole somiglianza tra le parole
tempio e tempo forse non è casuale. In ogni caso il VI secolo
a.C. è un periodo storico cruciale, in cui vissero ed insegnarono Confucio (551 a.C. ca.-
479 a.C), Siddharta Gautama detto il Buddha (565 a.C. ca.- 486 a.C), Pitagora (570 a.C.
490 a.C.) (
)
Violato il tempio, in senso morale, allegorico, anagogico ed esoterico, e trascorso il
tempo propizio, la lupa, con tutto ciò che essa rappresenta, poté continuare ad
infierire contro lumanità. La costellazione, annunciatrice del cambiamento,
splendette nel cielo, ma senza arrecare quella palingenesi del mondo tanto sperata.
Appendice
I presunti significati del Tempio
SENSO LETTERALE TEMPIO DI GERUSALEMME
SENSO MORALE ORDINE DEI TEMPLARI
SENSO ALLEGORICO IL TEMPIO COME INDICATORE TEMPORALE
SENSO ANAGOGICO IL TEMPIO COME GNOSI
SENSO ESOTERICO LO SPAZIO SPIRITUALE: DIO
Fonti:
D. Alighieri, La Divina Commedia, a cura di G. Giacalone, Roma, 1978
G. Badalucco, La struttura dellinferno dantesco
M. De Pieri, Il numero, 2005
R. Guenon, Lesoterismo di Dante
P. Vinassa de Regny, Dante e il simbolismo pitagorico
Zret, Alla ricerca del sigillo reale, 2006
Zret, Dante ed il veltro celeste, 2006
© Antonio Marcianò
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