Gli amici dell'orma - Centro educazione comportamentalista cinofila - Arma di taggia - di Alessandra Cerri

 

::. La lupa del Purgatorio .::



Dante Aligheri attaccò coraggiosamente le proditorie macchinazioni politiche del papato nel XIII secolo. Sette secoli più tardi la situazione non è differente. (Michael Carmicheal)


Il presente studio è la naturale continuazione di Dante ed il veltro celeste, un articolo in cui ho congetturato e, in una certa misura dimostrato, che, nel I canto dell’Inferno, sia possibile scorgere una filigrana astronomica e simbolica. Questo studio, però, non è incentrato, a differenza del precedente, sull’archeoastronomia, ma spazia anche verso altri ambiti.

Contro la lupa il sommo poeta prorompe in un‘invettiva nel canto XX del Purgatorio con i seguenti versi:

Maledetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte le altre bestie hai preda
per la tua fame senza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par ne si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?

Dante maledice la lupa poiché, tra le fiere, è la più famelica, quindi si chiede quando verrà il veltro per opera del quale la lupa abbandonerà il mondo. Giuseppe Giacalone, osserva: “Se la Commedia è il libro che denuncia i mali dell’umanità, è anche, dall’altra parte, un messaggio di speranza e di fede nella redenzione dell’umanità, attraverso l’intervento divino, tante volte indicato da Dante in un’oscura, ma fiduciosa escatologia, in un rinnovamento totale del mondo. Questo spiega l’antitesi logica e figurale dei due simboli, Lupa-Veltro, la cui dialettica condiziona il dramma stesso di D. poeta”. Le notazioni del critico, come quelle di molti altri esegeti, colgono l’antitesi Lupa-Veltro, sotto il profilo allegorico e morale, ma sembrano non sottolineare il valore politico e, soprattutto, ignorano il cenno astronomico.

È necessario riprendere l’interpretazione delle terzine sopra riportate alla luce della loro tessitura astronomica. L’autore, dopo aver esecrato la vorace lupa, volge lo sguardo al cielo e si domanda quando sarà visibile nel firmamento la costellazione che preannuncerà la palingenesi del genere umano. È evidente che il “ciel” è la sfera stellata che ruota, secondo la cosmologia aristotelico-tolemaica, attorno alla terra (nel cui girar): la rotazione è destinata a rendere visibile un gruppo di astri dal significato propizio.

Stando alla cronologia, il poeta insieme con Virgilio, procede lungo la cornice in cui sono puniti gli avari ed i prodighi nelle prime ore antimeridiane del 12 aprile del 1300. L’estate è ancora lontana, ma il moto incessante delle sfere, rende sempre più vicino il momento in cui brillerà Sirio, la stella più luminosa del Cane maggiore: il cambiamento stagionale dalla primavera all’estate allude per caso, in un certo qual modo in ossequio alle profezie di Gioacchino da Fiore, al transito dall’era del Figlio, nato forse in primavera, all’età dello Spirito, nel cuore della radiosa estate?

Nel canto XX, Dante tra gli avari incontra Ugo Capeto, figlio di Ugo il Grande (morto nel 956), duca di Francia, di Borgogna e d’Aquitania, conte di Parigi e d’Orlèans, fondatore della dinastia capetingia. Ugo il Grande tenne il Regno di Francia, de iure ancora dei re Carolingi, Ludovico IV (936-954) e Lotario (954-986). Egli lasciò un figlio, Ugo Capeto (987-996), che, dopo il brevissimo regno di Ludovico V il Neghittoso (986-987), salì sul trono di Francia.

Dalle parole che l’autore mette in bocca al compunto Ugo Capeto, si arguisce che il poeta considerava la dinastia dei Capetingi la radice di molti mali (Io fui la radice della mala pianta/ che la terra cristiana tutta aduggia). (…) Il culmine della cupidigia e della slealtà fu toccato con Filippo il Bello. Così si esprime il poeta:

Veggio il novo Pilato sì crudele
che ciò no’l sazia, ma sanza decreto
porta nel Tempio le cupide vele.

L’invettiva di Ugo Capeto contro Filippo il Bello ed il Regno di Francia fa da pendant alla condanna dantesca dell’avidità francese e clericale incarnata dalla lupa: il perverso sodalizio Francia-Roma, suggellato dalla decisione di papa Clemente V, al secolo Bertrand de Got (1260- 1314) di istituire un processo contro i Templari e che nel 1312 sospese l’ordine, è evocato, insieme con un oscuro riferimento al “messo di Dio” nel canto XXXIII del Purgatorio, là dove si legge:

… un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.

Nella terzina il gigante è il re di Francia che tresca con la Chiesa, (la fuia, letteralmente “ladra”): entrambi saranno vinti dal messo di Dio. Quasi tutti i commentatori notano che, anagrammando le lettere romane D X V, con cui si indicano i numeri 500, 10 e 5, si ottiene la parola dux, condottiero, guida. Il messo di Dio echeggia il veltro, mentre la “selva oscura” si connette per antitesi-somiglianza alla “divina foresta”: le corrispondenze non possono essere casuali. Nel medesimo canto è pure ripreso il tema stellare collegato, come nel I canto dell’inferno, al motivo del veltro. Infatti Beatrice predice:

…io veggio certamente e però il narro
a darne tempo stelle propinque,
secure d’ogn’intoppo e d’ogne sbarro…

Le “stelle” non sono, a mio parere, generici influssi celesti ma gli astri di una costellazione o una congiunzione che preannuncia l’avvento del liberatore: il verbo “vedere” non lascia alcun dubbio. Le stelle poi sono “propinque”, cioè vicine. Lo scenario simbolico-astronomico non è molto diverso da quello delineato nella parte iniziale del poema e dal nucleo del canto XX, sopra esaminato.

L’aspetto spaziale di questi passaggi di ardua interpretazione s’intreccia alla dimensione cronologica, non meno intricata: infatti una ricercatrice legge nel “cinquecento diece e cinque” non l’allusione ad un condottiero, ma una data, il 515 a.C., anno in cui fu completata la ricostruzione del secondo tempio di Gerusalemme, dopo che agli Ebrei fu consentito da Ciro il Grande di tornare un Palestina. Non so quanto sia plausibile tale interpretazione, ma non si può escludere che Dante avesse in mente pure una cronologia legata al 515 a.C. Infatti, se sommiamo a tale cifra 1300, il numero corrispondente all’anno in cui il poeta intraprese il suo viaggio oltremondano, otteniamo 1815, che è all’incirca la metà del ciclo cosmico di origine sumera, pari a 3.600 anni. Vinassa de Regny opina che il verso iniziale della Commedia, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, indichi non i 35 anni del poeta, ma che egli principiò la sua esperienza di redenzione nell’anno che è a metà tra la creazione del mondo, il 3760 a.C., ed il giudizio finale. Alcuni studiosi hanno scoperto che il “poema sacro” include al suo interno il riferimento al moto precessionale; Giuseppe Badalucco ne ha evidenziato la configurazione iconico-narrativo nella struttura conica della voragine infernale cui corrisponde il monte del Purgatorio… Il moto più lento a cui il passaggio si riferisce è quello delle stelle fisse, moto che si osserva proprio per effetto della precessione degli equinozi; gli astrologi del tempo di Dante, però, valutavano questo moto di 1 grado ogni 100 anni, ritenendo quindi che 36.000 fossero gli anni necessari per il compimento dell’intera rivoluzione (di 360 gradi); il periodo attribuito a questo ciclo è significativamente diverso da quello precessionale di circa 26000 anni.” Il numero 36.000 ci riporta al sottomultiplo 3600, nascosto nel “cinquecento diece e cinque”.

Alla luce di questa ipotesi esegetica, il Tempio citato in Purg. XX, 93, potrebbe riferirsi anche all’edificio sacro di Gerusalemme, nell’ambito di una stratificazione in cui un significato ne nasconde un altro. Il Tempio potrebbe essere il fulcro spaziale associato ad un perno temporale, l’anno 515, a loro volta da collegare ad un evento astronomico. La notevole somiglianza tra le parole “tempio” e “tempo” forse non è casuale. In ogni caso il VI secolo a.C. è un periodo storico cruciale, in cui vissero ed insegnarono Confucio (551 a.C. ca.- 479 a.C), Siddharta Gautama detto il Buddha (565 a.C. ca.- 486 a.C), Pitagora (570 a.C. 490 a.C.) (…)

Violato il tempio, in senso morale, allegorico, anagogico ed esoterico, e trascorso il tempo propizio, la lupa, con tutto ciò che essa rappresenta, poté continuare ad infierire contro l’umanità. La costellazione, annunciatrice del cambiamento, splendette nel cielo, ma senza arrecare quella palingenesi del mondo tanto sperata.



Appendice

I presunti significati del Tempio

SENSO LETTERALE     TEMPIO DI GERUSALEMME
SENSO MORALE     ORDINE DEI TEMPLARI
SENSO ALLEGORICO     IL TEMPIO COME INDICATORE TEMPORALE
SENSO ANAGOGICO     IL TEMPIO COME GNOSI
SENSO ESOTERICO     LO SPAZIO SPIRITUALE: DIO



Fonti:

D. Alighieri, La Divina Commedia, a cura di G. Giacalone, Roma, 1978
G. Badalucco, La struttura dell’inferno dantesco
M. De Pieri, Il numero, 2005
R. Guenon, L’esoterismo di Dante
P. Vinassa de Regny, Dante e il simbolismo pitagorico
Zret, Alla ricerca del sigillo reale, 2006
Zret, Dante ed il veltro celeste, 2006

 

© Antonio Marcianò


 

           

 

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