Gli amici dell'orma - Centro educazione comportamentalista cinofila - Arma di taggia - di Alessandra Cerri

 

::. I cani da utilità .::

 

Nel contesto della nuova legge sul maltrattamento, ritengo doveroso parlare dei cani da utilità.

Oggi quasi tutte le persone sono al corrente delle straordinarie qualità dei cani, tuttavia è sempre un piacere conversare sull’argomento.

Si sa che il cane è, per l’uomo, l’animale utile per eccellenza. Lo dimostra il fatto che ci ha accompagnato durante tutta la nostra evoluzione, da 12.000 anni a questa parte.

Il cacciatore, grazie all’aiuto del suo fedele amico, infatti, ebbe la possibilità di procurarsi del cibo in modo più semplice ed abbondante. Questo fece sì che trovasse il tempo di pensare, di comunicare …e quindi di evolvere.

Per l’uomo contemporaneo, il cane è ormai partecipe della vita quotidiana, quindi non solo utile, ma addirittura indispensabile per moltissimi impieghi. E’ quindi diventato un compagno di ciascun istante, fedele e devoto al padrone per difendere ogni suo interesse.

E’ anche vero che un’urbanizzazione selvaggia, la meccanizzazione dei trasporti, lo scompiglio delle strutture sociali ed economiche hanno portato l’uomo ad isolarsi maggiormente.

Il cane è stato impiegato nelle nuove relazioni con l’uomo, divenendo necessario al suo equilibrio nella società.

E’ ormai stato riscontrato che questo nostro amico influenza la salute fisiologica e psicologica dell’uomo. In termini di benessere, allevia lo stress, l’insonnia, l’emicrania e il solo accarezzamento crea sensazioni di appagamento immediato.

Un ricercatore dell’Università di Cambridge ha dimostrato come i possessori di cani presentino, nei primi mesi che seguono l’acquisto, la diminuzione del 50% dei problemi di salute.

I benefici della relazione uomo-cane si producono sin dall’infanzia.

Uno studio condotto in Inghilterra su più di 300 famiglie, con circa 500 bambini in totale, in possesso di un cane, attesta cifre significative: il 90% dei genitori interpellati considera che il cane giochi un ruolo di co-educatore e che occupi un posto essenziale nella qualità di vita del bambino; l’80% dei piccoli lo reputa il migliore amico e confidente. L’animale è anche “catalizzatore” di socializzazione per il bambino, aiutandolo ad affrontare le differenti tappe della vita, stimolando il suo apprendimento e la presa di coscienza delle proprie capacità.

Altre ricerche, sempre condotte in Inghilterra, rivelano che l’etilismo, l’intensità dei conflitti con i genitori e la mancanza di confidenza sono più diffusi nei ragazzi che non possiedono un cane.

Numerosi Paesi utilizzano già i cani come mediatori per la reintegrazione giovanile. Le prime esperienze sono state attuate nelle periferie difficili e in alcuni centri di detenzione negli Stati Uniti e in Francia. Ogni volta gli organizzatori sono rimasti sorpresi per l’attenzione tutta particolare che i giovani ospiti degli istituti di detenzione nutrivano nei confronti degli animali con i quali essi comunicavano ben più facilmente che tra loro stessi.

Presso le persone anziane, il cane è sempre più utilizzato per combattere le situazioni di isolamento. Ad esempio, coloro che vivono in un ricovero, debbono sopportare non solo la separazione dai propri familiari o dagli amici, ma anche la rottura del loro quadro di vita abituale. Oltre che ai dolori fisici, debbono adattarsi ad una situazione differente, si sentono in uno stato di dipendenza e questo li rende più fragili sul piano psicologico. Alcune nuove ricerche inglesi, svolte in istituti geriatrici, dimostrano che la maggior parte dei soggetti in contatto con i cani cerca meno l’isolamento, sembra più felice ed accetta più facilmente i trattamenti terapeutici. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha mostrato che la presenza di cani presso le persone affette da Alzheimer provoca addirittura una specie di risveglio nei pazienti.

I cani vivono al nostro fianco da migliaia d’anni e ancora ne studiamo il comportamento: essi non finiscono mai di stupirci.

E’ cronaca di quasi tutti i giorni quella riportata su giornali a larga diffusione: ad esempio, alcuni articoli riferiscono di casi di persone affette da patologie quali il diabete che sono riuscite ad evitare, prima dell’insorgere, attacchi di ipoglicemia, avvisate per tempo dai loro amici a quattro zampe. Quando il paziente è addormentato e non può quindi intervenire iniettandosi l’insulina necessaria per innalzare i livelli glicemici nel sangue, che si sono abbassati all’improvviso, certi cani riescono ad intuire, grazie ad uno sconosciuto sesto senso, il manifestarsi della crisi ipoglicemica.

Ricordo il caso di Candy, una meticcia di 9 anni, che cominciò ad agitarsi scorrazzando avanti ed indietro per la casa e alla fine si rintanò sotto una sedia, manifestando atteggiamenti di grande sofferenza per avvisare di un pericolo imminente. Rammento anche di Susie che corse senza sosta intorno alla gambe della padrona. Natt, un golden retriver di tre anni, addirittura svegliò la padrona abbaiando e grattando con le zampe la porta della camera da letto.


Sembra incredibile, ma è così: i nostri amici sono dotati di un particolare sistema di allarme che li mette in condizione di riconoscere l’insorgere di una crisi nella persona a loro vicina. Quando se ne accorgono, fanno di tutto per avvertirla, anche se il loro S.O.S. non sempre viene decodificato Non siamo ancora in grado di stabilire con precisione attraverso quali meccanismi scatti il loro sistema d’allarme. Sicuramente, nei casi sopraindicati, il loro fiuto acutissimo riesce a percepire l’odore delle sostanze che l’organismo umano inizia ad emettere in seguito ad abbondanti sudorazioni legate agli attacchi ipoglicemici.

In Scozia, Oliver è stato addestrato per annunciare con largo anticipo alla sua padrona epilettica, quando sta per avere una crisi. Riesce a percepirla venti minuti prima che accada!
Non si dimentichino, poi, gli angeli custodi dei non vedenti e degli invalidi in generale che non solo tengono compagnia, ma costituiscono anche un reale miglioramento delle condizioni di vita.

Naturalmente anche i cani da utilità devono essere utilizzati nel rispetto dei loro bisogni e della loro morfologia, instaurando una relazione piuttosto che risposte per subordinazione. Infatti il cane ha una sua dignità, un linguaggio e delle regole di comportamento ben precise che noi dobbiamo rispettare. Non è facile, però, conoscere queste regole di comportamento e capire questo linguaggio. Ciò tuttavia non dipende dal cane che si propone con un codice coerente ed è anche in grado di apportarvi delle varianti che ci consentono di comprendere meglio i suoi segnali.

Alcune volte, negli anni passati, si sono udite notizie a proposito di addestratori che piegavano le disubbidienze canine con le cosiddette “maniere forti”. Sicuramente ottenevano in questo modo solo “cani macchina” che si muovevano all’interno di un campo. Grazie al Cielo, l’evoluzione dei professionisti del settore ha fatto sì che oggi si pratichi un’educazione gentile che non solo rispetta il cane, ma promuove il miglioramento sostanziale del rapporto cane–padrone, valorizzando lo spirito cooperativo. Bisogna capire che sviluppare un rapporto intimo ed affettuoso con il cane non è una forma di debolezza, ma anzi è indice di lealtà e forza di carattere.

Spesso un uomo ed un cane, in perfetta simbiosi operativa, hanno salvato una vita grazie ad un lavoro duro e paziente, silenzioso e prezioso, fatto di lunghe esercitazioni.

Con molto senso civico, sacrificio personale e buona volontà, gli operatori delle unità cinofile mantengono efficienti le loro prestazioni e quelle dei propri cani con un costante allenamento. È, infatti, importante sottolineare come i cani lavorino all’unisono, formando l’ormai famosa “unità cinofila”. E’ necessario che queste unità siano in grado di svolgere il proprio lavoro su terreni erti e rocciosi e che i conduttori conoscano bene la zona. Nell’utilizzo dei cani di Protezione Civile vanno ricercati soggetti ideali con caratteristiche uniche per la ricerca delle persone. Non ha alcune importanza la provenienza dei quattro zampe, siano essi meticci o cani con pedigree, non importa se sono stati acquistati o se provengono da un canile.

Ad esempio, Peter è un trovatello del canile di Milano che è diventato un eroe. E’ un cane poliziotto che ha permesso al suo conduttore di catturare e di ammanettare due pericolosi latitanti implicati in una delle più sanguinose stragi camorristiche avvenute in Campania. I malfattori erano nascosti così bene che nessuno degli agenti li aveva scovati. Entrato in casa, Peter si è messo ad abbaiare ad una parete ed a un tombino, dietro i quali sono stati trovati due nascondigli segreti. È riuscito dove una sessantina di agenti avevano fallito.

Mi sovviene pure di Raul, un pitbull (una “non–razza” molto criticata, tanto che è stata definita “potenzialmente pericolosa”) in dotazione alla Protezione Civile di Milano: Raul ha ritrovato in un paio d’ore una donna semisvenuta e ha condotto presso di lei il conduttore. La storia di Raul è quella di un pitbull buono che, con il suo esempio, sembra dare ragione a chi sostiene da sempre che il vero problema non è costituito dai cani aggressivi, ma da chi li addestra ad esserlo. Dunque il vero problema è costituito da chi non insegna al proprio cane come si convive con le persone e spesso non si rende conto di trasferire al cane le proprie nevrosi.


È evidente che cani particolarmente dotati hanno la possibilità di mostrare tutta la loro bravura alla bisogna. Vasco, un beagle di tre anni, si trovava a spasso nei boschi in compagnia della sua padrona. D’improvviso l’animale si allontanò, naso a terra, per trovare in una radura una signora ottantenne che aveva avuto un malore e si era accasciata al suolo. E pensare che i cani di razza beagle sono i prescelti da tanti ricercatori farmaceutici per condurre sperimentazioni, vivisezioni, trattamenti chimici.

Fuori discussione è l’utilità dell’intervento in caso di terremoto. In emergenza, il cane subisce uno shock fisico notevole, perciò assicurargli un riposo tranquillo significa avere un collaboratore sempre affidabile. Un operatore dovrà sentire, anticipare, capire ed entrare in sinergia con l’animale, senza forzarne l’istinto naturale.

Gli apparecchi geografici di tipo Capson, capaci di rilevare rumori flebili quali il battito del cuore sono usati per il ritrovamento di persone sotto le macerie, ma, contrariamente ai cani, il loro utilizzo richiede un silenzio totale! In più questi congegni non sono in grado di identificare persone decedute e solo il cane potrà con il suo atteggiamento differente indicare se la vittima è viva o esanime, cosa che condiziona la rapidità di intervento della squadra di salvataggio.

Nella realtà della catastrofe, così tanti fattori richiamano il fiuto e l’attenzione dell’unità cinofila che il lavoro del cane è facilitato rispetto alla simulazione in allenamento. Dalle macerie provengono odori umani: ad esempio, quelli che fuoriescono da naso e bocca durante l’espirazione. Questi sono influenzati dallo stato di salute, dall’età, dalle digestione… Questa fonte odorosa si esaurisce solitamente una mezz’ora dopo la morte. Altre fonti possono essere le secrezioni cutanee sudoripare, sebacee ed endocrine: infatti non si suda solo per il caldo, ma anche per la paura. Inoltre in alcune parti del corpo l’odore emesso è più forte. Questi odori sussistono anche subito dopo la morte proprio come la temperatura corporea, che non cala molto velocemente, e la desquamazione della pelle.


A parte il valore affettivo del cane nei riguardi del conduttore, va considerato il fatto che per preparare un buon cane da ricerca, occorrono un paio d’anni di fatica, costi e tempo e quindi vale la pena salvaguardarli a livello sociale.

Ogni cane da utilità viene scelto in base alle sue caratteristiche morfologiche. Non sarebbe opportuno far lavorare un cane nudo cinese sulla neve od un husky sulle spiagge assolate in piena estate!

Si sceglierà nel primo caso un San Bernardo, che, con la diffusione degli sport invernali, è tornato di moda (ogni anno, infatti, centinaia di sciatori vengono travolti dalle valanghe e non muoiono tanto per l’urto della massa nevosa, bensì per soffocamento ed assideramento. Se gli infortunati potessero essere rapidamente estratti, la loro vita sarebbe salva). Nella seconda evenienza si preferirà un terranova in grado pure di rimorchiare una barca del peso di qualche quintale, dotato di una calma olimpica, tenace e resistente al freddo.

Come opera un cane da valanga? Parte in auto o da un eliporto con il proprio conduttore. La tensione iniziale è alta, perché il minimo rumore può creare dei distacchi di neve. Il conduttore prende in braccio il suo cane e si cala, assicurato ad un cavo, se non è possibile atterrare con l’elicottero nell’area del sinistro. L’animale ispeziona la zona, annusa la neve, metro dopo metro, mentre gli uomini forano la neve per mezzo di sonde. Una volta individuato il punto, l’animale inizia a scavare freneticamente. Qual è la differenza? Un cane è in grado di lavorare due ore su un’area di un ettaro, spazio che viene coperto da venti uomini muniti di sonde.

Quando un cane da salvataggio nautico può essere utile? Quando l’unità navale non può raggiungere una certa zona in mare, ad esempio a causa dei fondali bassi e non vi sia la possibilità di mandare una persona, perché a bordo non sempre è presente un sommozzatore. Un cane “cimato” raggiungerebbe un naufrago. La pelle del cane è molto più robusta: il cane poi nuota praticamente in posizione orizzontale con le zampe rivolte verso il basso, più protetto dagli spuntoni degli scogli semiaffioranti che taglierebbero il ventre di un sub.

Dati i tempi di guerra che imperversano, come non pensare ai cani addestrati a scovare arsenali? Buster, uno sprinter spaniel di cinque anni, in servizio nell’esercito britannico al seguito delle truppe in Irak, ha scoperto in una cavità celata da una parete coperta da una lastra di metallo, dietro un armadio, un gran quantitativo di armi, che 200 soldati non avevano scovato. In Afghanistan, invece, operarono Bax, Mapi e Megan nella ricerca di bombe e di mine. Il loro compito è quello, dopo averle individuate, di richiamare il conduttore, sedendosi od accucciandosi davanti ai pericolosi ordigni, senza mai oltrepassarli, correndo così il rischio di morire.

Come dimenticare i cani antidroga? Tenuti al guinzaglio o liberi di esplorare sono ormai presenti in stazioni ed aeroporti. Sovente si afferma che questi cani, per far bene il loro lavoro ed aumentare la loro sensibilità, vengano drogati. Questo non può essere vero, perché le sostanze chimiche li renderebbero meno concentrati e la loro ricerca sarebbe più disordinata e pericolosa anche per chi li accompagna; il cane non potrebbe compiere più ricerche, perché avrebbe bisogno di varie somministrazioni e non sarebbe in grado di distinguere ogni tipo di droga, poiché bisognerebbe abituarlo a tutte.

Nell’America del Nord cani appositamente addestrati intervengono addirittura dopo incendi di tipo doloso per identificare i prodotti usati dall’incendiario. Si può essere sicuri che non glieli fanno bere per abituarli!

Sono anche utilizzati come rabdomanti per scoprire vene o filoni metalliferi. È un’idea nata nel 1962 in Finlandia dove un paziente allevatore riuscì ad addestrare a questo scopo il suo pastore tedesco, Lari, che diventò il primo cane geologo del mondo. L’animale, messo alla prova, riuscì a trovare 1330 campioni di minerali, mentre un geologo munito di detector riuscì a rilevarne solo 270.

Oggi sono utilizzati normalmente per scoprire giacimenti di nichel o di rame e dalla Scandinavia ci giunge notizia che un buon cane è in grado di scoprire giacimenti sino a 15 metri di profondità.

Sebbene la ricerca dei tartufi si svolga da vari secoli, il cane viene utilizzato solo da settant’anni, anche se ne abbiamo menzione storica sin dal 1776. E’ sempre stato, e lo è tuttora, utilizzato il maiale, ma ha il grande difetto di amare il gusto del tubero e di farne uno spuntino! I cani che sono destinati a questo lavoro devono avere una buona resistenza, perché cercano in inverno quotidianamente per 5 o 6 ore anche su terreni ghiacciati.

Per concludere, vorrei soffermarmi sui cani da cinema e da spettacolo. Jack London in un suo famoso libro “Michele, cane da circo”, descrive con parole spaventose i metodi dei domatori d’animali. Si doma con violenza e paura; si addestra con amore. Il pericolo principale è che la meravigliosa macchina del cinema crea desiderio. Quanti sono i cani che si chiamano Rex? Chi non ha mai visto almeno un episodio di Lassie? Chi non ha mai desiderato un cane come Rintintin? Quante volte abbiamo visto i bambini con il viso appiccicato alle vetrine dei rivenditori di deliziosi dalmati?

La moda finirà ancora una volta per riempire i canili municipali ed i rifugi per randagi di splendidi esemplari abbandonati da padroni sconsiderati ed impulsivi. Quei cani che, sullo schermo, si comportano come perfetti conoscitori del bon ton canino, una volta acquistati appariranno nella loro cruda realtà. La stessa Glenn Close dopo aver girato “La carica dei 101” si è interessata al problema degli abbandoni, dimostrando che questo pericolo è diffuso in molti Paesi europei dove il pet, l’animale da compagnia, è ancora considerato un bene di consumo, un oggetto di moda e quindi l’assoluta priorità di chi lo acquista. Anche se in questi paesi esistono leggi ad hoc, è difficile farle applicare, perché manca una vera educazione al rispetto del cane.


Termino questa breve disquisizione, sperando di essere stata esaustiva nel vantare le qualità dei nostri amici a quattro zampe.

Grazie di avermi ascoltato.



Nota: il testo sopra riportato è la relazione di una conferenza, di cui mantiene il tono informale e lo stile conversevole.


 

© Alessandra Cerri




 

           

 

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