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Ora, pur non essendo condivisibile, a mio parere, la posizione di chi ritiene il significante del tutto autonomo, è, però, legittimo considerarlo come uno dei principi generatori del linguaggio e non solo. In principio, infatti, era il Logos. Daltronde il Quarto vangelo è stato definito il vangelo della voce.
La vibrazione, la frequenza, l'oscillazione sono fenomeni primigeni, essenze della natura che si palesano in fenomeni molto diversi, dalle onde che attraversano l'etere alla musica delle sfere, dal suono che influisce sull'acqua allo spin degli elettroni, dai mantra alla magia della musica e della poesia (Si pensi, ad esempio, alle "rime aspre e chiocce" di Dante ed al fonosimbolismo di Pascoli).
Lo scollamento tra suono e significato, propugnato dalla linguistica contemporanea, da De Saussure in poi, pur con qualche eccezione, pare una svolta epistemologica, ma è soprattutto una regressione nella conoscenza.
Gli antichi sapevano che il suono, in quanto vibrazione e "forma" delle cose, era radicato nell'essere: per questo motivo gli Egizi attribuivano due nomi ai neonati, uno essoterico, noto a tutti ed un altro segreto, conosciuto solo dai genitori di modo che nessuno potesse nuocere alla persona di cui si conosceva il vero nome. Anche presso gli Ebrei ed altri popoli il suono custodiva lessenza.
Oggi si considera tale idea come semplice superstizione o il retaggio di tradizioni superate. Eppure, in modo non consapevole, come per un'eredità genetica che talvolta affiora, è invalsa in questi ultimi decenni una grafia rivelatrice: alcune persone, infatti, per veicolare valori incisivi, cominciarono a scrivere parole contraddistinte dal suono velare della "c" con la "k", lettera dura, chioccia, anzi mordace, usata proprio per rendere un senso graffiante, iconoclasta o anche per evocare il pericolo connesso ad una persona, ad un'ideologia.
Infine, non solo il suono della k è mordace, ma anche la sua struttura grafica, che può ricordare le pinze pronte a serrarsi o appunto le fauci di un animale feroce in procinto di addentare. Si consideri, invece, la forma dolce della lettera c, quella curva avvolgente e protettiva, simile ad un guscio in cui rifugiarsi. La si confronti con langoloso, tagliente grafema k, forma che azzanna, anche se forse è solo una coincidenza.
